Cannoni & Munizioni

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Con la fine della prime guerra mondiale, dove le artiglierie navali non erano state praticamente usate, ad eccezione dei piccoli calibri delle siluranti, venne stabilito che tutti le armi con i loro impianti e gli accessori per il loro impiego ( strumenti ottici, centrali di tiro, munizionamento ) fossero di produzione nazionale.
Questa drastica decisione, presa è bene specificarlo dai politici e non dai militari, fu causa di una serie di problemi tecnici che la nostra industria non era ancora in grado di affrontare. Negli anni venti e trenta i progressi dei cannoni italiani furono enormi, ma allo scoppio della guerra non si era ancora raggiunto il livello delle principali marine europee e se in alcuni particolari aspetti eravamo addirittura i migliori al mondo in generale i nostri cannoni avevano notevoli difetti: eccessiva dispersione longitudinale delle salve, facilità ad avarie, lentezza di tiro. Questi inconvenienti furono solo in parte dovuti a mancanze tecniche; infatti furono commessi anche molti errori di valutazione da parte della Regia Marina: l'eccessiva importanza data alla velocità iniziale del proiettile ( che voleva dire maggiore gittata ) e l'assurdo assillo della leggerezza che portò a realizzare cannoni binati in culla singola.
Ancora peggio era messo il settore delle munizioni: qui il ritardo delle nostre industrie non poté essere recuperato. Se da una parte avevamo risolto in maniere eccellente l'equilibrio di un buon coefficiente di forma e rapporto 8 tra i momenti d'inerzia ( che sono elementi contrastanti: il primo richiede una forma affusolata del proiettile, il secondo un proiettile più compatto possibile ) dotando tutti i proietti di tagliavento in lega leggera dall'altra l'eccessiva tolleranza di produzione degli stessi proietti accentuò i fenomeni di dispersione delle salve di cui già soffrivano i nostri cannoni. Infatti, per incapacità della nostra industria, ci si dovette accontentare di una tolleranza nel peso del proiettile di circa l'uno per cento, il che produceva una variazione di velocità iniziale dell'ordine di tre metri per le velocità intorno ai 900 m/s, quali erano quelle da noi adottate. Per es: un 381 a 27.000 metri di distanza aveva uno scarto in gittata di 160 metri; se poi nella stessa salva partiva qualche proiettile con approssimazione per eccesso e qualche altro con approssimazione per difetto si aveva un'apertura di salva di ben 320 metri! Il problema vero fu proprio questo: non essendo i nostri proiettili uniformi ogni salva aveva storia a se e per i nostri direttori di tiro era molto difficile centrare il bersaglio. La cosa più grave fu che il fenomeno era noto a tutti ma fu impossibile risolverlo: infatti la Marina incorporò, alla fine della prima guerra mondiale, alcune unità tedesche che furono usate per addestramento degli artiglieri; fino a quando si usò il munizionamento originale l'apertura di salva medio era di soli 50 metri ma quando si cominciò ad usare i proiettili italiani si arrivò a più di 400 metri!
Cannoni per Corazzate
Le corazzate rimodernate subirono il ricalibramento dei cannoni principali che passarono dai 305/46 mm originali a 320/44 mm; questa complessa operazione fu consentita dal largo margine di resistenza dell'arma originale. Questo imponente lavoro permise di dotare le navi di armi il 30% più potenti dei cannoni originali, inoltre i nuovi impianti ebbero la manovra elettrica in sostituzione di quella idraulica originale. Ebbero un'anima ricambiabile a freddo, sintomo di elevata perfezione costruttiva, che non diede mai alcun problema, anche se il consumo era eccessivo: ogni 200 colpi andavano cambiate. La disperzione fu notevole, superiorie ai cannoni originali, dovuta sia al peggiore rendimento termodinamico dell'arma che ai proiettili.
I nuovi cannoni Ansaldo 381/50 mm con un elevazione massima di 30° e con ciascun pezzo in compartimento della torre separato dall'adiacente per mezzo di una paratia corazzata fu, ed è tuttora, l'arma balistica più potente mai sviluppata dall'industria nazionale. Anche questi cannoni ebbero un anima ricambiabile a freddo, in questo caso si doveva cambiarle ogni 220 colpi. Questi cannoni ebbero difetti di dispersioni più dovuti al munizionamento che a difetti propri ma presentarono anche problemi di dentizione ai complessi di brandeggio che in alcuni casi ne limitò l'efficacia. Potevano sparare un colpo ogni 45 secondi.
Cannoni per Incrociatori
Per gli incrociatori pesanti vennero realizzati due modelli di cannoni: nei primi due Trento venne istallato il modello binato da 203/50 A-1924, nei classe Zara e nel Bolzano vennero istallati i nuovi 203/53 A-1929.
Il primo tipo di cannone aveva un impianto binato a culla unica, con caricamento ad angolo fisso ed elevatore unico; risultarono leggerissimi, ma lentissimi al tiro ( 2 colpi al minuto ) e con i due pezzi di ciascun complesso strettamene vincolati tra loro. Le dispersioni furono molto rilevanti.
Il secondo tipo di cannone, sviluppato per correggere gli evidenti difetti del primo, inizialmente si rivelò peggiore del primo: progettato per la velocità iniziale di 930 m/s rivelò dispersioni eccessive e si dovette modificare il munizionamento riducendo la velocità iniziale a 900 m/s, il che dette dispersioni minori dei vecchi cannoni. Gli impianti pur essendo a culla unica ebbero elevatori di rifornimento e caricamento separati per ciascun cannone e possibilità di caricamento a tutte le elevazioni, con vantaggio nella celerità del tiro ( 3-4 colpi al minuto ).
Per gli incrociatori leggeri furono successivamente realizzati il 152/53 A-1927, il 152/53 OTO-1929, il 152/55 A-1932.
Il primo tipo venne istallato nei 4 incrociatori classe da Giussano, il secondo nei successivi 2 Diaz, 2 Montecuccoli, 2 Duca d'Aosta, mentre l'ultimo modello fu installato sui soli 2 Duca degli Abruzzi e sulle Navi da Battaglia classe Vittorio Veneto.
Il primo e il secondo tipo, dovendo per prescrizione della Marina, usare lo stesso munizionamento, presentarono analoghi inconvenienti. La velocità iniziale spinta fino all'assurdo livello di 1000 m/s fu dovuta ridurre di 100 m/s per ridurre le dispersioni che comunque rimasero molto elevate. La soluzione a culla unica, la meccanizzazione molto spinta del sistema di caricamento, la leggerezza dell'insieme produssero un innumerevole serie di inconvenienti che si dovette procedere a numerosi modifiche degli impianti. Tali modifiche contribuirono a rendere il funzionamento più sicuro ma ben poco poterono fare per ridurre la dispersione di salva. Il 152/55 A, essendo destinato a navi dove il problema dei pesi era meno sentito, risultò decisamente migliore di tutti i confratelli della classe 203-152. L'aumento della lunghezza della canna fu attuato per conseguire un miglior rendimento termodinamico dell'arma, che risulto meno imprecisa del 152/53. Inoltre ogni cannone aveva una propria culla, i congegni erano più semplici, vi era la possibilità di manovrare a mano ogni cannone il che garantì una molto maggiore efficienza e sicurezza di funzionamento, compensatrice della celerità di tiro teoricamente inferiore ( 5 colpi al minuto rispetto ai 6 del 152/53 )
Per i nuovi incrociatori classe Capitani Romani venne sviluppato un nuovo cannone ( usato poi anche nelle navi da battaglia classe Doria ) con il calibro di 135 mm. Si era deciso di passare a questo calibro per analogia con la Marina francese che stava armando i suoi super-Ct con cannoni da 138 mm. Il 135/45 OTO-1938 con una velocità iniziale di 815 m/s e una gittata di circa 20.000 metri, diede ottimi risultati, con una dispersione che era la quarta parte di quella dei 120/50. L'unico difetto, di quello che si può considerare il miglior cannone navale italiano nella seconda guerra mondiale, fu dovuto all'impianto che non consentiva il tiro contraereo se non quello di sbarramento.
Cannoni per Siluranti e Sommergibili
Abbandonato il 102/45 di cui erano armati tutti i Ct della prima guerra mondiale, fu adottato per le nuove costruzioni il calibro 120 in complessi binati a culla unica.
I 3 Esploratori classe Leone e i Ct classe Sella ( 4 ), Sauro ( 4 ), Turbine ( 8 ) furono armati con il modello 120/45-1918 un cannone di concezione relativamente antiquata, che dava al tiro notevoli dispersioni e che aveva una gittata massima di circa 16.000 con un elevazione di 30°.
Per i Ct delle serie successive l'Ansaldo realizzò il 120/45 A-1926 con cui furono armati le 12 unità della classe Navigatori e gli 8 classe Freccia. Quest'arma, dotata di una velocità iniziale di 950 m/s, dava dispersioni maggiori del vecchio impianto; l'elevazione massima di 45° garantiva, pur entro certo limiti, la possibilità di usare queste armi anche contro aerei. Il peso notevole di tutto il complesso rese necessaria la manovra elettrica meccanizzata con ulteriore aumento di peso e notevole complicazione costruttiva. Per ridurre la dispersione di salva si abbassò la velocità iniziale a 930 m/s, a cui corrispondevano 19.600 metri di gittata comunque inutili visto che il tiro a quella distanza non era osservabile, senza per altro migliorare di molto la situazione.
Per ridurre l'inconveniente dell'eccessivo peso la Marina commissionò alla OTO un nuovo tipo di cannone che fu denominato: 120/50 OTO-1932. Quest'arma risolse in maniera eccellente il problema del peso ma, dotata di un'elevazione massima di 33° a cui corrispondevano 18.300 metri di gittata, non era utilizzabile contro gli aerei. Ne furono armati tutti i Ct successivi: Maestrale ( 4 ), Oriani ( 4 ), Soldati ( 12+5 ).
Quando fu decisa la costruzione delle torpediniere classe Spica ( 32 ) si decise di dotare tali navi di complessi singoli da 100/47 OTO-1931, nei quali l'arma era derivata dai vecchi cannoni ex-austriaci Skoda. L'impianto consentiva un'elevazione di 60° il che consentiva, pur con molte limitazione, il tiro contraereo. L'impianto si rivelò leggero ma di difficile punteria; ne fu inoltre sviluppato una variante illuminante che venne imbarcata su navi maggiori.
La stessa arma fu quella definitiva per i sommergibili che passarono dapprima per il 120/27 OTO-1924 e successivamente per il 100/43 OTO-1924 ( che dettero risultati così mediocri che si dovette rinstallare i via provvisoria i vecchi 102/35 SA ). Il cannone OTO del 1931 era su affusto singolo a piedistallo ed era ovviamente dotato degli accorgimenti necessari per assicurare l'entrata in azione appena finita la manovra di emersione.
Cannoni e Mitragliere contraeree
Il cannone tipo contraereo, con cui furono armati tutti gli incrociatori e le Nb classe Cesare, fu il complesso binato da 100/47 R.M. con compiti anche antinave. L'arma era la riproduzione dello Skoda navale ex-austriaco. Per consentire il caricamento a qualsiasi elevazione fu attuato dai tecnici della marina un affusto ad altezza di ginocchiello automaticamente variabile in funzione dell'elevazione. La soluzione era certamente geniale ma col aumentare della velocità dei velivoli e con le nuove forme di attacco in picchiata la velocità di variazione verticale degli orecchioni si rivelò insufficiente. L'arma rivelò una certa utilità solo nel tiro di sbarramento.
Per ovviare a tali inconvenienti venne approntato il complesso singolo modello 90/50 A-1938 con affusto stabilizzato. Ne furono dotate le altre navi da battaglia. L'adozione di uno scudo avvolgente per ogni impianto ne permetteva l'impiego anche durante il tiro dei grossi calibri in qualsiasi brandeggio. La velocità di tiro fu soddisfacente ( in media 20 colpi al minuto ), ma i proiettili risultarono mal progettati poiché si frantumavano in schegge troppo piccole che difficilmente provocavano danni agli aerei nemici. ( una nuova versione del proiettile fu sviluppata e le prime consegne avvennero nel giugno del 1943 ma non fu mai utilizzata )
Le principali armi di difesa per le unità minori ( nonché per gli incrociatori, visto la quasi inutilità dei pezzi da 100 mm ) era affidata alle mitragliere. Allo scoppio del conflitto molte unità avevano ancora le vecchie Vickers da 40/39 e le Hotchiss da 13,2; questi due tipi arma, ormai superato, fu comunque ben presto sostituita.
Le armi principali furono la Breda 37/54 e le 20/65 e 20/70 ( praticamente equivalenti ). La mitragliera pesante Breda 37/54, montata su affusto rigido singolo o doppio, si rivelò particolarmente utile contro gli aerosiluranti e in generale i bersagli a bassa quota. Il suo principale inconveniente era lo sforzo che esercitava sulle strutture di appoggio ( il complesso binato cimentava le strutture come un complesso binato da 100/47 ) e che causava notevoli vibrazioni e imprecisioni al tiro, oltre a rendere impossibile l'installazione su navi più piccole dei cacciatorpediniere. La cadenza di tiro teorica era di 200 colpi al minuto, ma quella reale fu di 140-150 colpi al minuto. Alla fine della guerra venne sviluppatta la postazione quadrinata destinata ai Ct classe Medaglie d'Oro, ma non venne mai installata su nessuna nave.
Le mitragliere da 20/65 si rivelarono ottime armi, con una notevole varietà di munizioni ( traccianti, traccianti-esplodenti, ultrasensibili, dirompenti ) di facile uso e manutenzione e furono praticamente usate su tutte le navi della Regia Marina. Potevano essere installati in postazioni singole e binata; nel 1942 cominciò ad essere installato nelle torpediniere l'affusto trinato mentre per la portaerei Aquila era stato sviluppato una nuova postazione sestupla.